QUADERNO 17

L'Unità delle diversità: tempi, luoghi, problemi di 150 anni di patria

La Fondazione A.J. Zaninoni e il Centro culturale NuovoProgetto hanno inteso commemorare i 150 anni dell’Unità d’Italia con un ciclo di 6 conferenze che si sono tenute dal 5 novembre 2010 all’11 febbraio 2011, ognuna con un taglio specifico, relatori sei noti storici italiani: Antonio Gibelli, Francesco Barbagallo, Salvatore Lupo, Francesco Cecotti, Alberto Mario Banti, Walter Barberis.

Abbiamo ritenuto di riflettere su questo tema nel solco della tradizione, comune alle due Associazioni organizzatrici, di guardare agli eventi della contemporaneità cercando nella storia le risposte ad alcuni interrogativi, pur sapendo che la storia non ci darà risposte precostituite, non ci darà consolazione rispetto ai problemi di oggi e soprattutto a quelli di domani.

Come scrive Eugenio Montale nella sua poesia La storia, la storia non è maestra di vita, non assolve, non premia i buoni e punisce i cattivi, e tuttavia la storia urge il futuro. Anche se non ci insegna molto, la storia è necessaria per parlare del futuro. E a noi interessa parlare del futuro con uno sguardo disincantato, uno sguardo laico, uno sguardo che non sia già incastonato in una posizione pregiudiziale. Ci interessa parlare del futuro per capire quali sono le possibilità di sviluppo e di costruzione di una vita migliore. La storia insomma ci serve soprattutto come strumento per indagare il presente e per riuscire a progettare il futuro.

Il problema è capire se esiste davvero un comune sentire italiano, se c’è un senso di appartenenza al di là delle ideologie spicciole recenti, per certi versi se in questi 150 anni siamo cresciuti come popolo. L’Unità della nazione, riprendendo un passo di alcune considerazioni del professor Lupo, non è una conquista fatta, non è un obiettivo conquistato una volta per tutte, ma è un processo in continuo divenire; certo non siamo forse uniti completamente, ma siamo molto più uniti di come eravamo prima e lo diventeremo forse ancora di più nei prossimi anni se ci saranno politiche, modalità di pensiero, strategie volte a questo continuo processo di unità, che appunto non può significare omogeneizzazione.

Il Presidente della Repubblica, nel discorso di fine anno e in quello di commemorazione a Reggio Emilia, ha insistito sul nesso fra passato e presente, nel senso della continuità degli sforzi, dal Risorgimento alla Resistenza alla Costituzione, per emanciparci insieme da secoli di sudditanza e di sottosviluppo. Dal canto nostro noi continuiamo a dare il nostro contributo con la riflessione e la critica, la riflessione soprattutto su ciò che siamo, che deriva da ciò che eravamo e da ciò che siamo riusciti a diventare insieme. Siamo convinti che un progetto realistico all’altezza dei problemi da affrontare sia possibile solo se avremo ben chiaro quali sono i nostri difetti e le nostre virtù, le nostre mancanze e le nostre risorse, al di fuori di visioni miracolistiche pregiudiziali o consolatorie. Per questo motivo abbiamo insistito e continuiamo a farlo sul bisogno di storia con questo lavoro che ha cercato di mettere a fuoco le nostre maggiori diversità e insieme i legami che ci tengono solidali.

I vari contributi che si sono susseguiti hanno costruito – attraverso una serie di indizi e anche di storie parallele di eventi attorno a quelle che sono state le grandi battaglie ufficiali, eroiche dell’Unità – un punto di vista assai problematico, assai interessante, per nulla agiografico, molto aperto a una serie di riflessioni, di discussioni che in questo momento nel nostro Paese devono essere riprese. Assistiamo a rigurgiti, momenti, al Nord come al Sud, richiami, ricerche di identità improbabili che probabilmente indicano questa scadenza del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia non già soltanto come una festa da ricordare in pompa più o meno magna, ma come un momento per ripensare a che punto sono la nostra cultura, la nostra socialità, la nostra politica rispetto a un’idea di nazione, un’idea di comunità, un’idea di civilizzazione.

L’iniziativa ha visto la collaborazione dell’Associazione Generale di Mutuo Soccorso e dell’Associazione Proteo Fare Sapere, ha ottenuto l’autorizzazione dell’uso del logo ufficiale del centocinquantenario dell’Unità d’Italia da parte del Comitato interministeriale per le celebrazioni e il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura dell’Amministrazione comunale di Bergamo, e ha ricevuto contributi da parte della Fondazione della Comunità Bergamasca e del Credito Bergamasco.

Ringraziamo il professor Giorgio Mangini per i preziosi suggerimenti per l’impostazione del ciclo.

Le conferenze si sono svolte presso le sale dell’Associazione Generale di Mutuo Soccorso con una partecipazione media di oltre 130 presenze a conferenza, al termine di ogni relazione si è aperto un dibattito, con domande e riflessioni a cui i relatori hanno puntualmente risposto.

Pia Locatelli
Presidente della Fondazione

Roberto Spagnolo
Presidente del Centro culturale NuovoProgetto

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La Fondazione A.J. Zaninoni e il Centro culturale NuovoProgetto hanno inteso commemorare i 150 anni dell’Unità d’Italia con un ciclo di 6 conferenze che si sono tenute dal 5 novembre 2010 all’11 febbraio 2011, ognuna con un taglio specifico, relatori sei noti storici italiani: Antonio Gibelli, Francesco Barbagallo, Salvatore Lupo, Francesco Cecotti, Alberto Mario Banti, Walter Barberis.

Abbiamo ritenuto di riflettere su questo tema nel solco della tradizione, comune alle due Associazioni organizzatrici, di guardare agli eventi della contemporaneità cercando nella storia le risposte ad alcuni interrogativi, pur sapendo che la storia non ci darà risposte precostituite, non ci darà consolazione rispetto ai problemi di oggi e soprattutto a quelli di domani.

Come scrive Eugenio Montale nella sua poesia La storia, la storia non è maestra di vita, non assolve, non premia i buoni e punisce i cattivi, e tuttavia la storia urge il futuro. Anche se non ci insegna molto, la storia è necessaria per parlare del futuro. E a noi interessa parlare del futuro con uno sguardo disincantato, uno sguardo laico, uno sguardo che non sia già incastonato in una posizione pregiudiziale. Ci interessa parlare del futuro per capire quali sono le possibilità di sviluppo e di costruzione di una vita migliore. La storia insomma ci serve soprattutto come strumento per indagare il presente e per riuscire a progettare il futuro.

Il problema è capire se esiste davvero un comune sentire italiano, se c’è un senso di appartenenza al di là delle ideologie spicciole recenti, per certi versi se in questi 150 anni siamo cresciuti come popolo. L’Unità della nazione, riprendendo un passo di alcune considerazioni del professor Lupo, non è una conquista fatta, non è un obiettivo conquistato una volta per tutte, ma è un processo in continuo divenire; certo non siamo forse uniti completamente, ma siamo molto più uniti di come eravamo prima e lo diventeremo forse ancora di più nei prossimi anni se ci saranno politiche, modalità di pensiero, strategie volte a questo continuo processo di unità, che appunto non può significare omogeneizzazione.

Il Presidente della Repubblica, nel discorso di fine anno e in quello di commemorazione a Reggio Emilia, ha insistito sul nesso fra passato e presente, nel senso della continuità degli sforzi, dal Risorgimento alla Resistenza alla Costituzione, per emanciparci insieme da secoli di sudditanza e di sottosviluppo. Dal canto nostro noi continuiamo a dare il nostro contributo con la riflessione e la critica, la riflessione soprattutto su ciò che siamo, che deriva da ciò che eravamo e da ciò che siamo riusciti a diventare insieme. Siamo convinti che un progetto realistico all’altezza dei problemi da affrontare sia possibile solo se avremo ben chiaro quali sono i nostri difetti e le nostre virtù, le nostre mancanze e le nostre risorse, al di fuori di visioni miracolistiche pregiudiziali o consolatorie. Per questo motivo abbiamo insistito e continuiamo a farlo sul bisogno di storia con questo lavoro che ha cercato di mettere a fuoco le nostre maggiori diversità e insieme i legami che ci tengono solidali.

I vari contributi che si sono susseguiti hanno costruito – attraverso una serie di indizi e anche di storie parallele di eventi attorno a quelle che sono state le grandi battaglie ufficiali, eroiche dell’Unità – un punto di vista assai problematico, assai interessante, per nulla agiografico, molto aperto a una serie di riflessioni, di discussioni che in questo momento nel nostro Paese devono essere riprese. Assistiamo a rigurgiti, momenti, al Nord come al Sud, richiami, ricerche di identità improbabili che probabilmente indicano questa scadenza del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia non già soltanto come una festa da ricordare in pompa più o meno magna, ma come un momento per ripensare a che punto sono la nostra cultura, la nostra socialità, la nostra politica rispetto a un’idea di nazione, un’idea di comunità, un’idea di civilizzazione.

L’iniziativa ha visto la collaborazione dell’Associazione Generale di Mutuo Soccorso e dell’Associazione Proteo Fare Sapere, ha ottenuto l’autorizzazione dell’uso del logo ufficiale del centocinquantenario dell’Unità d’Italia da parte del Comitato interministeriale per le celebrazioni e il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura dell’Amministrazione comunale di Bergamo, e ha ricevuto contributi da parte della Fondazione della Comunità Bergamasca e del Credito Bergamasco.

Ringraziamo il professor Giorgio Mangini per i preziosi suggerimenti per l’impostazione del ciclo.

Le conferenze si sono svolte presso le sale dell’Associazione Generale di Mutuo Soccorso con una partecipazione media di oltre 130 presenze a conferenza, al termine di ogni relazione si è aperto un dibattito, con domande e riflessioni a cui i relatori hanno puntualmente risposto.

Pia Locatelli
Presidente della Fondazione

Roberto Spagnolo
Presidente del Centro culturale NuovoProgetto

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